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Ravenna (V.O.)

1 oct. 2012
Ravenna Jazz, 16-18 luglio
Ravenna (V.O.) In occasione della 39esima edizione Ravenna Jazz ha rinverdito la sua tradizione, ricollocando la propria programmazione nel periodo estivo all’interno della Rocca Brancaleone, sua antica sede negli anni Settanta e Ottanta.
La prima serata ha proposto eventi marginali rispetto ai canoni di un festival jazz, ma di indubbio richiamo e – almeno nel caso di Noa – notevole spessore. Con Gil Dor e il formidabile Solis String Quartet la cantante israeliana ha compiuto un suggestivo percorso tra canzoni napoletane, melodie ebraiche e yemenite.
Dopo Mingus il quartetto Quintorigo affronta il repertorio di Hendrix con rispetto anche eccessivo dell’originale. L’indagine è limitata da vari fattori: l’apporto del pur bravissimo cantante Moris Pradella mantiene molte esecuzioni su binari prevedibili; sulla rocciosa pulsazione del contrabbasso di Stefano Ricci Gionata Costa (cello) e Andrea Costa (vl) adottano frequenti distorsioni di matrice chitarristica; il tenore di Valentino Bianchi reitera fraseggi di estrazione rhythm’n’blues. I risultati più apprezzabili emergono dal trattamento cameristico di «Angel», dal sostrato blues di «Hey Joe» e dallo swing di «Up from the Skies».

Differentemente dalle nuove prospettive indicate dal recente Ode, dal vivo Brad Mehldau – protagonista della seconda serata - predilige la melodia, trattata con una cura certosina del suono. Ricorre quindi alla ballad «Alone Together», al repertorio pop (la beatlesiana «And I Love Her» e «My Valentine» di McCartney) e a un certo gusto jarrettiano. Mehldau opera soprattutto sulle ottave centrali esibendo la consueta indipendenza delle mani e sviluppando contrappunti di sapore bachiano anche nell’ambito di «Cheryl» di Parker. L’interazione del trio è ormai consolidata e telepatica. Con il suo fraseggio scolpito e le sue linee melodiche Larry Grenadier è il fulcro del gruppo. Jeff Ballard si inserisce nella dialettica con figurazioni essenziali, intuizioni coloristiche e un ampio spettro dinamico.
La serata conclusiva si è svolta all’insegna di differenti – e molto contrastanti! – approcci al linguaggio jazzistico. Il giovane pianista siciliano Dino Rubino, che ha recentemente pubblicato un Cd dedicato a Miriam Makeba (Zenzi, per la Tuk Music di Paolo Fresu), denuncia ancora scarsa maturità interpretativa e, in sostanza, la mancanza di un’identità ben definita. Corrette, ma scolastiche, le sue versioni di «How Deep Is the Ocean» e «I Fall in Love Too Easily», infiorettate – come anche gli originali – di abbellimenti superficiali di derivazione classica e passaggi accordali insistiti. Addirittura incerta l’intonazione della tromba, suo secondo strumento, nell’attacco di «You And the Night And the Music». Risulta inevitabilmente squilibrato il rapporto con l’eccellente ritmica: Stefano Bagnoli (dm), sempre misurato e propositivo; Paolino Dalla Porta (b), vera àncora di salvezza con frasi perfettamente concatenate e un suono sontuoso.
Tutt’altra musica con il quintetto di Tom Harrell, le cui composizioni si fondano su compiute architetture e su un raffinato senso melodico. Tromba e soprattutto flicorno disegnano percorsi articolati con logica lineare ma stringente. Wayne Escoffery (ts) è il complemento ideale: la sua voce di derivazione coltraniana traccia gli unisoni tematici ed elabora graduali progressioni senza alcun eccesso di protagonismo. Danny Grissett (p) estende la materia armonica con tocco asciutto e potente, a tratti influenzato da Tyner, oscillando tra tonale e modale. Ugonna Okegwo (b) e Adam Cruz (dm) formano una coppia ritmica solida, simbiotica, che tratta con flessibilità le varie forme metriche spianando letteralmente la strada ai solisti. Quel che più conta, ogni singolo ha una sua voce e racconta una propria storia, rifuggendo da tecnicismi e virtuosismi sterili, e contribuendo così ad una vera narrazione collettiva. Pura e semplice poesia.
Bentornata dunque l’edizione estiva di Ravenna Jazz, a dispetto dei tagli a finanziamenti pubblici e privati.
Enzo Boddi
Photo : Sandra Miley
(La version française est publiée dans Jazz Hot n° 661)