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Pescara (V.O.)

1 oct. 2012
Pescara Jazz, 13-15 luglio
Pescara (V.O.) Istituito nel 1969, Pescara Jazz è giunto alla 40esima edizione in una fase estremamente critica per l’economia italiana, con pesanti conseguenze per la fruizione della cultura. Tuttavia, con rigorosa ostinazione il direttore artistico Lucio Fumo è riuscito ad allestire un cartellone all’altezza della tradizione del festival, con il dovuto riguardo anche alla scena italiana.
Residente da tempo negli Stati Uniti, Roberta Gambarini padroneggia un vasto repertorio vocale. Con lo scat domina «Lover Come Back to Me» su un up tempo vertiginoso, ma a sorpresa apre il concerto con una «Monk’s Mood» a cappella. Ha poi il pregio di dare voce a grandi compositori: Jimmy Heath con «Moody’s Groove», Cy Coleman («With Every Breath I Take » dal musical City of Angels), Billy Strayhorn in «Multi-Colored Blue». Infine, esprime l’anima latina con «Rio Amazonas» di Dory Caymmi, «Estate» di Bruno Martino e la versione francese di «Oblivion» di Astor Piazzolla. Con lei Justin Robinson (as), Sullivan Fortner (p), Ameen Saleem (b) e Quincy Phillips (dm).

Come si possa arricchire il repertorio degli standards attingendo al pop lo dimostra anche Enrico Rava, che – come prova il recente On The Dance Floor (ECM) - a 73 anni si diverte a rileggere Michael Jackson, peraltro già frequentato da altri jazzisti. Rava ha affidato gli arrangiamenti per una formazione di 12 strumentisti al trombonista Mauro Ottolini, il quale ha provveduto ad allestire un caleidoscopio di riferimenti: una ritmica soul alla Quincy Jones, integrata da elementi afrocubani, rock e reggae; scambi pirotecnici tra trombe e sassofoni, sulla scia di Earth Wind & Fire; polifonie che oscillano tra New Orleans e il free; tracce melodiche che risentono anche del retaggio dell’opera.
Di melodie accattivanti e dense armonie è fin troppo ricca la musica rigorosamente scritta per l’ensemble World Sinfonia da Al Di Meola, virtuoso della chitarra. Una costruzione scientifica ma con poca anima e senza un’identità precisa, essendo collocata in un’area pseudoclassica riconducibile a Ravel, Rodrigo e Granados con inserti di ispirazione etnica dettati dalla fisarmonica di Fausto Beccalossi. Purtroppo inutile la presenza di Gonzalo Rubalcaba, confinato a un ruolo marginale.
Quanto Monk sia decisivo per comprendere sia gli attuali sviluppi del jazz che le sue origini lo hanno confermato quattro pianisti nel progetto Mostly Monk. Mulgrew Miller ne ha estrapolato l’essenza blues e i legami con lo stride. Meglio di chiunque altro, Kenny Barron sa coglierne l’approccio orchestrale alla tastiera e il legame con Ellington. Dai nuclei monkiani Eric Reed sviluppa variazioni a getto continuo, mentre Benny Green si rivela il più vicino al referente per la configurazione ritmica spezzata del fraseggio. Più che le versioni ad otto mani di «Just You Just Me», «Blue Monk» e « Straight No Chaser », sono i soli e i duetti a produrre i risultati più incisivi: « Reflections » (Reed), « Ruby My Dear »(Green), « Just a Gigolo » (Miller), « Monk’s Dream » (Barron-Miller) e « San Francisco Holiday » (Reed-Green).
Due forti personalità animano il quintetto Sound Prints. Dave Douglas conferma di aver proiettato oltre la lezione di Booker Little e Woody Shaw. Joe Lovano tiene conto delle innovazioni di Joe Henderson e Dewey Redman, ma guarda indietro fino a Ben Webster e Coleman Hawkins. Le loro composizioni possono essere considerate una logica estensione delle strade aperte da Coltrane e Davis negli anni Sessanta per la libertà tonale e la profondità dell’investigazione. Merito anche di una ritmica che ai capillari percorsi aperti da Linda Oh (b) e Lawrence Fields (p) abbina l’inesauribile varietà di figurazioni e accenti di Joey Baron (dm).
A 79 anni Wayne Shorter continua ad esplorare territori sconosciuti partendo da tracce labili e nuclei minimali, così « costringendo » » i partner - Danilo Perez (p), John Patitucci (b) e Jorge Rossy (dm) – ad un costante esercizio di ascolto reciproco. In tal modo, gli equilibri tradizionali del quartetto vengono rivoluzionati, azzerando tutte le gerarchie. Shorter e compagni si rimettono continuamente in gioco, accettando rischi e margini di errore per mettere a punto nuove soluzioni. Musica coraggiosa, a tratti violenta, che rifiuta ogni abbellimento. Lunga vita, Pescara Jazz.
Enzo Boddi
Photos : Sandra Miley
(La version française est publiée dans Jazz Hot n° 661)